Breve cronaca di un incontro sperato
ovvero

A colloquio con la maschera
ovvero


La “Compagnia Teatrale della Luna Nuova” intercetta

Paolo Poli

Doveva pur succedere prima o poi! Va bene Chiodaroli (a proposito, tanti cari saluti a Pieraaah!) che ci ha fregiato di autografo e buoni auspici al Cuccaro Club! Va bene l’autografo, rivelatosi poi clamoroso falso d’autore, di Dario Fo (a proposito, un caro saluto a Franca!) strappato in un fantomatico e improbabile MotorShow! Va bene l’avvocato di una lucrosa fondazione che promette cospicue elargizioni (in realtà scherzo escogitato da uno degli attori della Compagnia)! Va bene tutto, ma finalmente la Luna Nuova incontra il teatro vero, si imbatte nella maschera, intercetta uno degli attori più stupefacenti, coerenti e creativi della scena italiana (ammesso e non concesso che una scena italiana esista o sia mai esistita, essendo l’Italia paese-teatro per eccellenza ed essendo la scena diffusa in ogni piega più riposta della realtà): Paolo Poli.
La circostanza e la galleria degli eventi del sito, ancora piuttosto sguarnita in verità, meritano che in proposito si scriva qualche rigo.
La cronaca innanzi tutto: Mercoledì 23 febbraio, ore 21, al Teatro degli Animosi di Carrara va in scena “Il ponte di San Luis Rey” di e con Paolo Poli da un romanzo di Thornton Wilder.
Il presidente nonché regista della Compagnia, Riccardo Barotti, e l’attore nonché vicepresidente Alessandro Cecchinelli (tra l’altro preda di un principio di febbre), sfidando le intemperie e il tutto esaurito del teatro (nonché il tutto esaurito nel cervello del Cecchinelli), decidono di “giocarsela”, sperando che la sindrome influenzale diffusa e le suddette intemperie lascino qualche posto libero all’ultimo momento. I due si organizzano per benino. Confidano infatti di incontrare il grande Poli alla fine dello spettacolo, di essere immortalati con lui e di consegnargli a mo’ di omaggio il copione de “L’amore delle tre melarance” (da Carlo Gozzi), frutto delle fatiche di improvvisazione e composizione della Compagnia. Muniti di macchina fotografica digitale, con Gozzi sottobraccio, i nostri eroi arrivano pieni di belle speranze in quel di Carrara.
Nella biglietteria Ale Cecchi rovina spesso e volentieri sulle rosse poltrone vellutate (l’ho già detto della febbre?), suscitando forse la dolcissima pietà delle numerose signore impellicciate, specie animale non difficile da trovare nei foyer dei teatri di tutto il mondo. La bigliettaia sospira, Barotti respira e il Cecchi dispera. Ma la prima fase del progetto va in porto: spuntano due posti accaparrati con sollievo. Sono nella terza fila a partire dal fondo, fortunosamente centrali. Gli Animosi non sono un teatro grande e la visuale è ottima e abbondante. Parecchio pubblico tutto intorno. Tra i tanti, inaspettatamente, anche Martina, mitica e leggendaria cugina di Barotti, che ha l’abbonamento. Lei sì che è una persona seria! Meno male che ha deciso di entrare a far parte della Compagnia! I due scapestrati la mettono a parte del loro piano, contando nella di lei partecipazione. Infatti il duo sa benissimo di essere capacissimo, vista l’indole indolente, di rinunciare all’ultimo minuto all’incontro con Poli, per timidezza atavica e demenza ormai quasi senile: si rende necessario un complice. Martina accetta. I due perciò non avranno più scuse…
Lo spettacolo comincia e, come sempre succede con Poli, è una specie di festa…Una festa dal respiro serrato come la sua recitazione, un fiume irrequieto, ma con argini solidi, un vento diaframmatico dalle riconoscibili e costanti geometrie, il vento suscitato dalla megaphonè della maschera, la maschera di un attore-maschera che fa del suo antirealismo e antinaturalismo, del grottesco e della caricatura un onestissimo metodo per lambire la realtà: l’esibizione, l’oblazione del falso come chiave per arrivare persino al vero…
La trama ruota intorno ad una tragedia, curioso per uno spettacolo che spinge spesso al sorriso!, il crollo di un ponte nel Perù del Settecento. Nel ripercorrere in un flashback lungo quanto la rappresentazione stessa le vicende dei personaggi coinvolti nel disastro e di chi con loro ha a che fare, si susseguono sul palco personaggi variegati: una vecchia marchesa etilista e azzoppata dalla gotta, interpretata magistralmente da Mauro Marino, la Perichole, attrice arrivista e libertina, Ludovica Modugno (celeberrima come doppiatrice: una voce straordinaria!), due gemelli scrivani, l’Arcivescovo, il Viceré e, al centro, lui… Paolo Poli! Immenso nel ruolo di Madre Pilar, superiora del Convento delle Rose, polo drammaturgico dello spettacolo, è anche Zio Pio, navigato uomo di teatro dalle turrite parrucche e dai variopinti costumi… Il tutto immerso in una scenografia piuttosto semplice, grandi teli dipinti da Emanuele Luzzati, che vengono issati su tre livelli: sfondo, quinta destra e quinta sinistra, vitalizzato da abiti coloratissimi e fantasiosi, opera di Santuzza Calì, e accompagnato dalle musiche di Jacqueline Perrotin.
Sarà per l’ambientazione settecentesca, per le canzoncine di scena, per le maschere e i colori, ma l’impressione che Ric e Ale ne ricavano è di come dovrebbe essere anche “L’amore delle tre melarance”: una messinscena caricata e fiabesca, piena e densa per gli occhi e per lo spirito, un ordigno che suscita il riso ed emula vagamente il sogno… Paolo Poli, grande nume tutelare della Compagnia Teatrale della Luna Nuova! Anche Martina è della stessa opinione; dice che vedendo “Il ponte” ha sùbito pensato al nostro lavoro! Son soddisfazioni! Basta aggiungere che a un certo momento uno di teli scenici si è staccato ed è stato issato a fatica e la somiglianza con il cubo magico in sfacelo di “Un cappello di paglia di Firenze” è praticamente perfetta! Sipario!!!
Applausi quanti bastano prima di una serie di bis in forma di delirio, canzoni, filastrocche, minime coreografie pleonastiche e il sommo Petrolini! E’ come quando si prende il fiato dopo una corsa, una boccata d’aria o come quando si beve placando una violenta sete… Ah!
Il pubblico lento si alza e si avvia all’uscita. La folla sfolla. Commenti qua e là:
“Eh, ma come è bravo!”
“Io poi son tanti anni che lo seguo, lo vengo a vedere, sempre, sempre, sempre!”
“Te lo ricordi in tv?”
“Ah, io sì!”
“Ha settantasei anni, l’ho letto sul giornale, pensa te, settantasei!!! E dico settantasei!”
“E il prossimo spettacolo cosa c’è?”
“C’è Licia Maglietta che legge le poesie di Alda Merini…”
“Lei sarà anche brava, ma star qui a sentire poesie e basta!”
Ale Cecchi sarebbe tentato di replicare che non è solo questione dell’attore che recita e declama, che le poesie, se valgono, vivono anche di altro, non sono solo parole da recitare etc, etc. Ma si trattiene, ora che il teatro si svuota, il compito di Ric, Ale e Martina si fa arduo!
Da dove uscirà Poli? Sarà stanco? Ci tratterà male? Ma non è meglio che andiamo via? Magari lo disturbiamo! Dai, cosa stiamo qui a fare? Ho pure la febbre! Non mi sento bene (l’ho già scritto che Cecchi era ammalato?). Andiamo via, dai! No! Qui siamo e qui rimaniamo! E non ce ne andiamo finché non l’abbiamo incontrato! E quindi aspettiamo…
Quando finalmente, eccolo! E’ passato così poco tempo dallo spettacolo e lui si è già cambiato! Ha un soprabito grigio, un sorprendente farfallino blu squisitamente blasé e una valigia che sembra quella di Mary Poppins! Uno stile impeccabile! E un sorriso smagliante! E’ di una infinita cortesia!
Gli facciamo le debite gratulazioni “Complimenti!”, “Ci permetta di stringerle la mano!”. E lui: “Ah, come siete gentili! Grazie!”
“Noi facciamo parte di una piccola compagnia tetarale e quest’anno stiamo preparando “L’amore delle tre melarance”. Ci piacerebbe regalarle il copione…”
“Ah, Carlo Gozzi, certo. Lo conosco, interessante…”
“Potremmo farci fare una foto con lei?”
“Sicuro!”
Martina allora armeggia con la macchina digitale e scatta una foto perfetta, tant’è che Poli chiosa: “Come siamo venute bene!”.
Noi continuiamo ad assediarlo e ci regala pure un autografo con dedica, quando dice “A proposito di Gozzi, c’è anche un altro testo….” Ma ormai lo assediano giustamente anche altri ammiratori… Mannaggia! Che testo avrà voluto dirci? Mah!
La serata è stata comunque proficua e tutti e tre i nostri eroi sono contenti. E non importa se hanno fatto un po’ la figura dei fan, non importa se gli altri attori di Poli, vedendoli, li hanno forse un po’ sarcasticamente apostrofati (ci ha pensato poi dopo Martina appellandoli con discrezione come meritavano, nella loro piccineria di interpreti in seconda e nella loro effettiva piccineria fisica, ovverosia poca statura), non importa se Cecchi aveva l’influenza… Poli è stato generoso e affabile, un vero signore, un vero uomo di teatro! Ce ne ricorderemo a lungo! Grazie Paolo!!!