“Il
tempo, la bocca della scena e i vestiti dei morti”
La Compagnia Teatrale della Luna Nuova
a Savona!
Pioggia: Ora, non so di preciso quale fosse il diametro delle gocce, fatto sta che quel venerdì notte pioveva. Pioveva parecchio! Si sa che il tempo atmosferico è uno degli argomenti preferiti dagli italiani, per passare il tempo (appunto!) sui mezzi pubblici, per vincere l’imbarazzante promiscuità delle sale d’aspetto e per attaccare bottone con gli sconosciuti (“Salve signorina! Che vento che c’è oggi, eh! Come dice? Ah, il vento lo sta facendo lei, lei da sola? Ah, è per via dei fagioli? Complimenti signorina! Vuole sposarmi?”). E il tempo è uno degli involontari protagonisti anche della nostra trasferta savonese: tempo inteso come clima, tempo inteso come scorrere del tempo e tempo inteso come scansione ritmica delle battute di uno spettacolo, ovvero tempo comico. Ma andiamo con ordine… Quel venerdì lì il tempo era quel che era… “Ma
come!”, dirà qualcuno “Non sapete che di venere e di
marte non ci si sposa (e io che avevo trovato la signorina ventosa di
cui sopra…) né si parte!” Vero! In effetti però
il venerdì è da sempre il giorno che manca ai matti…
ed è risaputo, per fare teatro amatoriale un po’ matti bisogna
esserlo davvero! Per non smentire questa triste verità, alcuni
di noi si sono incontrati nella vigilia notturna del nostro debutto in
un teatro vero (palco, sipario e tutti i crismi), previsto per il giorno
dopo, 26 novembre, a Valleggia di Savona - Teatro Nuovo, nell’ambito
della Prima Rassegna Regionale della FITA Liguria. In scena “L’amore
delle tre melarance”, con libro magico, oggettistica, annessi e
connessi. E perché alcuni di noi si sono incontrati? Proprio per
caricare tutti gli annessi e connessi su un camion gentilmente messo a
disposizione e guidato da Matteo “Ciccio” Ferrari. Elettricità: Ah, l’elettricità! Forza sconfinata, imbrigliata e poi prodotta
dall’uomo! Ah l’elettricità! Vera musa del XX secolo! Seconda fase. Castelnuovo Magra, 26 novembre 2005, mattino… Neve: Sì, sarà anche bella la neve, sarà anche magica e mistica (come nell’ultimo brano della novella “I morti” di Joyce, “Gente di Dublino”, l’avete letto? Non l’avete letto? Leggetelo sùbito! Sùbito! Cosa aspettate? State qui a perdere tempo su internient, a leggere queste scemenze! Andate! Tanto qui non ci sono nemmeno le foto delle donnine nude! Che tanto lo sappiamo che venite per vedere se ci sono delle foto così, scostumati!)… Bellamisticamagica la neve, ma se attaccasse per noi sarebbero dolori! Per fortuna non succede! Valleggia (Savona), 26 novembre 2005, sul finire del mattino… In compenso all’arrivo ci accoglie un gran bel vento glaciale di
tramontana! Il vento! Nostro fedele compagno e temuto disturbatore delle
performances teatrali all’aperto! Come dimenticare il vento alla
prima castelnovese di Goldoni, quando ha sparigliato i bianchi scenografici
della casa di Gottardo e Placida? O il vento che soffiava sul lungomare
di Deiva Marina e che ci ha sconsigliato di scegliere quel luogo per esibirci,
indirizzandoci verso una piazzetta più riparata? E il vento che
entrava nei microfoni lungo il Magra, a Fiumaretta? Per non parlare del
vento emesso dalla succitata signorina da sposare! Comunque, e vai!, questa sera si recita al chiuso. Nel nostro primo teatro!
Che momento solenne! E’ proprio un bel teatro. Poltrone rosse e
piccola galleria, impianto luci fisso e postazione di regia con monitor
a colori, ma soprattutto… il palco! In bel parquet, leggermente
in pendenza, tirato a lucido, incorniciato ai lati dal sipario…
Il palco! Il sipario! La temutissima bocca della scena! E stasera? Questa
bocca ci inghottirà? Riusciremo a reggere il suo morso? A reggere
una messiscena al chiuso, che richiede rigore e attenzione, che svela
impietosamente ogni sbavatura, lasciando fuori quegli elementi di distrazione
che inevitabilmente inzeppano gli spettacoli all’aperto? Oppure
questa bocca ci masticherà per benino? Ci cianciugherà per
poi risputarci crudele? Per lasciarci insalivati e informi, come qualcosa
portato dentro dal cane o come il vomitino dei gatti, dopo quelle minime
convulsioni feline che li scuotono tutti, tra brandelli di frieskes e
palline di pelo? In parole povere: stasera faremo vomitare o no? E se
non faremo vomitare, provocheremo forse altre più odorose deiezioni? La preparazione e l’allestimento delle infrastrutture scenografiche sono condotti con inaspettata diligenza e in maniera quasi indolore. Non abbiamo portato l’impianto luci, usiamo quelle del teatro, anche se non hanno gelatine e noi non abbiamo le nostre, non si trovano più… Ti pareva! Fra Pistelli e il maestro Simoncini, sotto la guida barottiana, dovranno salvare il salvabile e inventarsi effetti alternativi con quel che c’è. Anticipiamo che lo faranno in modo magistrale. L’ora del pranzo arriva. Puntuale. Solo che Valleggia non è che offra molto da questo punto di vista. Per non dire che si rivela una cittadina semideserta, i cui sparuti indigeni (“Salve valleggesi, siamo la Luna Nuova e vi portiamo il teatro!”) alla domanda su dove sia il centro, rispondono che nel centro ci siamo, è questo il centro, anche se è un centro da poco etc. Ci spiace che siano spiacenti, ma la questione del pranzo rimane. Prendiamo il nostro pullmann e, dopo un po’ di errabondo vagare, troviamo un centro commerciale. Self-service con simpatiche cameriere che ormai speravano di aver finito il turno e invece si ritrovano una mandria di attori stranieri da sfamare. E poi: prove! E’ forse una delle prime volte che le prove si svolgono con profitto e calma, non si trascura proprio niente. Prima vengono vagliate le scene più problematiche e gli intermezzi in musica più drammatici (benché si tratti di una commedia): vedi alla voce “Allenàti al funerale”. Poi la commedia si prova tutta intera. Tutta! Incredibile ma vero! Il tutto così comincia ad aderire al luogo, spalmandosi in quella sala, così come la convessità della mano aderisce alla concavità del guanto… E poi, la sera… Per cambiarsi viene messo a disposizione un locale sotterraneo, dove
al centro troneggia una sorta di fortino di scatoloni che si erge fino
al soffitto. Una fortezza imballata. Cosa contiene? Siccome il teatro
è contiguo e compresente ad un ricovero per anziani, qualcuno favoleggia
che contenga gli abiti dei degenti deceduti, i vestiti dei morti…
Questo pensiero dà qualche vertigine, in quel ventre di cemento
proprio sotto il palco… Ecco quindi che si immaginano gli abiti
di tutti i giorni e gli abiti della festa, quelli che magari si indossano
per ballare, la domenica, lì, in quel ricovero, in quel cosmo chiuso,
al suono di qualche disco, oppure i pigiami e le camicie da notte, con
la loro inerme dignità, con la loro tenerezza e il loro struggimento…
E le dentiere, che fanno vergognare, che fanno sospirare, che fanno ricordare
un altro tempo e un’altra vita. Ma le 21 arrivano presto, ecco che tocca esibirsi proprio alla Compagnia
Teatrale della Luna Nuova di Ortonovo (?) con lo spettacolo “L’amore
di tre melarance” (?), così è scritto sui manifesti
verdi incollati un poco dappertutto. Bello! E’ andata! Tutto bene, benissimo, grandi… Se non fosse
per un piccolo particolare… Potremo parlare del ritorno, dell’autogrill e del sonno interrotto, dello scarico e degli ultimi fuochi, ma abbiamo già detto troppo. Benché non abbiamo detto tutto.
|