“Il tempo, la bocca della scena e i vestiti dei morti”

La Compagnia Teatrale della Luna Nuova a Savona!
Teatro Nuovo di Valleggia, 26 novembre 2005


Castelnuovo Magra, 25 novembre 2005, notte...
(da leggersi come le sovrimpressioni fosforescenti del telefilm “X-files”, ovvero con sottofondo di tastiera digitata e musichetta - Taràtatàntatàntatàn… Du du du du du du duuuu, di di di di di di dìììì…)

Pioggia:
"Precipitazione atmosferica di particelle di acqua sotto forma di gocce con diametro superiore a mezzo millimetro" (cfr. Nicola Zingarelli, Vocabolario della lingua italiana, XI edizione, Zanichelli, Bologna, 1984).

Ora, non so di preciso quale fosse il diametro delle gocce, fatto sta che quel venerdì notte pioveva. Pioveva parecchio! Si sa che il tempo atmosferico è uno degli argomenti preferiti dagli italiani, per passare il tempo (appunto!) sui mezzi pubblici, per vincere l’imbarazzante promiscuità delle sale d’aspetto e per attaccare bottone con gli sconosciuti (“Salve signorina! Che vento che c’è oggi, eh! Come dice? Ah, il vento lo sta facendo lei, lei da sola? Ah, è per via dei fagioli? Complimenti signorina! Vuole sposarmi?”). E il tempo è uno degli involontari protagonisti anche della nostra trasferta savonese: tempo inteso come clima, tempo inteso come scorrere del tempo e tempo inteso come scansione ritmica delle battute di uno spettacolo, ovvero tempo comico. Ma andiamo con ordine…

Quel venerdì lì il tempo era quel che era… “Ma come!”, dirà qualcuno “Non sapete che di venere e di marte non ci si sposa (e io che avevo trovato la signorina ventosa di cui sopra…) né si parte!” Vero! In effetti però il venerdì è da sempre il giorno che manca ai matti… ed è risaputo, per fare teatro amatoriale un po’ matti bisogna esserlo davvero! Per non smentire questa triste verità, alcuni di noi si sono incontrati nella vigilia notturna del nostro debutto in un teatro vero (palco, sipario e tutti i crismi), previsto per il giorno dopo, 26 novembre, a Valleggia di Savona - Teatro Nuovo, nell’ambito della Prima Rassegna Regionale della FITA Liguria. In scena “L’amore delle tre melarance”, con libro magico, oggettistica, annessi e connessi. E perché alcuni di noi si sono incontrati? Proprio per caricare tutti gli annessi e connessi su un camion gentilmente messo a disposizione e guidato da Matteo “Ciccio” Ferrari.
Ora, operazioni di carico-scarico e pioggia vanno poco d’accordo. Per fortuna che il camion dietro ha una piattaforma elettrica di sollevamento! Almeno si farà meno fatica! Che bella quella piattaforma! In un certo senso rende il camion molto simile ad un Enterprise su ruote… ricordate? Il telefilm Star-Trek? Spock, il capitano Kirk? Certo, avessimo avuto anche il loro teletrasporto, sarebbe stato tutto molto più facile… Vabbè!
A proposito, qualcuno già lo avrà sospettato: la piattaforma funziona grazie all’elettricità…

Elettricità:
Primo significato: “Entità fisica della materia, dovuta alla sua struttura atomica, che si può mettere in risalto con opportuni procedimenti”.
Secondo significato, figurato e familiare: “Agitazione, irritabilità, tensione. Esempio: C’è molta elettricità nell’aria”. (cfr. Nicola Zingarelli, op. cit.)

Ah, l’elettricità! Forza sconfinata, imbrigliata e poi prodotta dall’uomo! Ah l’elettricità! Vera musa del XX secolo!
Peccato che ormai siamo nel XXI! E peccato che quella sera lì l’elettricità aveva più a che fare con il suo secondo significato… Infatti, quando la piattaforma si è bloccata, la batteria del camion ci ha mollato e si è spento tutto, ci siamo molto molto irritati. Se l’elettricità figurata avesse potuto far ripartire i motori, il camion sarebbe andato subito in moto… Ma ciò non è dato e la nostra elettricità interiore, inzuppata dall’acquazzone, si è scaricata in un nugolo di improperi espressi e inespressi!
Che fare? Piangere e aggiungere lacrime alle lacrime del cielo (“Ha visto signorina, sono anche poeta… Allora, mi sposa o no? Il tempo, sempre il tempo!, passa!”)? Andare a svegliare il vicino dell’asilo che tanto ci ama e stonfarlo di botte, così per farsi due risate? Stonfarci di botte a vicenda imitando sull’asfalto le mosse più usate nel Wrestling? Usare cavi elettrici da collegare ad un’ auto e far ripartire il mezzo morto (nel senso di automezzo morto)?
Eravamo tentati per il Wrestling, ma alla fine hanno prevalso i cavi. Primo tentativo: i cavi usati si rivelano più morti del camion, sembrano addirittura vuoti, dei cavi giocattolo, versione virile del Dolceforno femminile che, nell’infanzia di molte bambine anni ottanta, cuoceva i dolci fittizi col calore di una lampadina. Secondo tentativo: i cavi funzionano! Il motore riparte! Che scene giubilanti! Come descrivere gli abbracci, le danze, la festa improvvisata e lo sgomento per la stanchezza? Non li descriveremo, e taceremo pure sulla notte di Valpurga passata dall’avanguardia savonese della Compagnia, tra sonno, insonnie, sottane e pigiami etc. La prima fase è conclusa.

Seconda fase.

Castelnuovo Magra, 26 novembre 2005, mattino…
Negli anni ottanta non solo era diffuso il Dolceforno, ma era diffuso anche un tipo di pullmann che, sopravvivendo agli anni novanta e ai primi palpiti del nuovo millennio, è giunto questa mattina fino al centro commerciale castelnovese per condurre il resto della Luna Nuova alla meta agognata. Si è optato per questa soluzione onde risparmiarci poi il viaggio di ritorno, stanchi e frollati dallo spettacolo, nelle nostre macchine private. Si è rivelata una soluzione magari dispendiosa, ma efficace.
Oltre agli attori, sono presenti anche alcuni fans (ovvero genitori). Il tragitto è comodo (la maggior parte del pullmann è vuoto…) e divertente, tra ammirazione del paesaggio ligustico-londinese (vista la persistente pioggerellina che fa tanto City), letture di riviste femminili (con interessantissime rubriche sessuologiche e test sulla personalità) e radiodifusione dei maghetti-remix che risuona trionfale e bellissima. Chi è già a Savona ci comunica per telefono che sta cominciando a nevicare… Ah, la neve! Beh, non ci facciamo mancare proprio nulla!

Neve:
“Precipitazione solida in forma di cristalli regolari, a struttura esagonale, i quali, acquistato un certo peso, scendono verso il suolo, mantenendosi isolati se la temperatura è molto bassa, riunendosi in fiocchi o falde se la temperatura è prossima a zero gradi”. (cfr. sempre Zingarelli).

Sì, sarà anche bella la neve, sarà anche magica e mistica (come nell’ultimo brano della novella “I morti” di Joyce, “Gente di Dublino”, l’avete letto? Non l’avete letto? Leggetelo sùbito! Sùbito! Cosa aspettate? State qui a perdere tempo su internient, a leggere queste scemenze! Andate! Tanto qui non ci sono nemmeno le foto delle donnine nude! Che tanto lo sappiamo che venite per vedere se ci sono delle foto così, scostumati!)… Bellamisticamagica la neve, ma se attaccasse per noi sarebbero dolori! Per fortuna non succede!

Valleggia (Savona), 26 novembre 2005, sul finire del mattino…

In compenso all’arrivo ci accoglie un gran bel vento glaciale di tramontana! Il vento! Nostro fedele compagno e temuto disturbatore delle performances teatrali all’aperto! Come dimenticare il vento alla prima castelnovese di Goldoni, quando ha sparigliato i bianchi scenografici della casa di Gottardo e Placida? O il vento che soffiava sul lungomare di Deiva Marina e che ci ha sconsigliato di scegliere quel luogo per esibirci, indirizzandoci verso una piazzetta più riparata? E il vento che entrava nei microfoni lungo il Magra, a Fiumaretta? Per non parlare del vento emesso dalla succitata signorina da sposare!
Del resto… Non è la stessa aria quella che ci soffia attorno e quella che soffiamo, respiriamo e parliamo (uso transitivo di un verbo intransitivo: licenza poetica) nel recitare? Ebbene sì! La stessa, perpetuamente in moto e stasi… Meravigliosa pienezza e unità dell’universo! E che bei ricordi!

Comunque, e vai!, questa sera si recita al chiuso. Nel nostro primo teatro! Che momento solenne! E’ proprio un bel teatro. Poltrone rosse e piccola galleria, impianto luci fisso e postazione di regia con monitor a colori, ma soprattutto… il palco! In bel parquet, leggermente in pendenza, tirato a lucido, incorniciato ai lati dal sipario… Il palco! Il sipario! La temutissima bocca della scena! E stasera? Questa bocca ci inghottirà? Riusciremo a reggere il suo morso? A reggere una messiscena al chiuso, che richiede rigore e attenzione, che svela impietosamente ogni sbavatura, lasciando fuori quegli elementi di distrazione che inevitabilmente inzeppano gli spettacoli all’aperto? Oppure questa bocca ci masticherà per benino? Ci cianciugherà per poi risputarci crudele? Per lasciarci insalivati e informi, come qualcosa portato dentro dal cane o come il vomitino dei gatti, dopo quelle minime convulsioni feline che li scuotono tutti, tra brandelli di frieskes e palline di pelo? In parole povere: stasera faremo vomitare o no? E se non faremo vomitare, provocheremo forse altre più odorose deiezioni?
Ebbene, come il regista rimarca più volte, questa è una verifica, una cartina al tornasole, una forca caudina sulla capacità teatrale della Compagnia! Meno male che ce lo ha detto! Ora sì che siamo proprio tranquilli tranquillini!

La preparazione e l’allestimento delle infrastrutture scenografiche sono condotti con inaspettata diligenza e in maniera quasi indolore. Non abbiamo portato l’impianto luci, usiamo quelle del teatro, anche se non hanno gelatine e noi non abbiamo le nostre, non si trovano più… Ti pareva! Fra Pistelli e il maestro Simoncini, sotto la guida barottiana, dovranno salvare il salvabile e inventarsi effetti alternativi con quel che c’è. Anticipiamo che lo faranno in modo magistrale.

L’ora del pranzo arriva. Puntuale. Solo che Valleggia non è che offra molto da questo punto di vista. Per non dire che si rivela una cittadina semideserta, i cui sparuti indigeni (“Salve valleggesi, siamo la Luna Nuova e vi portiamo il teatro!”) alla domanda su dove sia il centro, rispondono che nel centro ci siamo, è questo il centro, anche se è un centro da poco etc. Ci spiace che siano spiacenti, ma la questione del pranzo rimane. Prendiamo il nostro pullmann e, dopo un po’ di errabondo vagare, troviamo un centro commerciale. Self-service con simpatiche cameriere che ormai speravano di aver finito il turno e invece si ritrovano una mandria di attori stranieri da sfamare. E poi: prove!

E’ forse una delle prime volte che le prove si svolgono con profitto e calma, non si trascura proprio niente. Prima vengono vagliate le scene più problematiche e gli intermezzi in musica più drammatici (benché si tratti di una commedia): vedi alla voce “Allenàti al funerale”. Poi la commedia si prova tutta intera. Tutta! Incredibile ma vero! Il tutto così comincia ad aderire al luogo, spalmandosi in quella sala, così come la convessità della mano aderisce alla concavità del guanto…

E poi, la sera…
Gli attori e chi è fuori scena aspettano il momento fatidico, l’inizio, quando la bocca si spalanca e si comincia…

Per cambiarsi viene messo a disposizione un locale sotterraneo, dove al centro troneggia una sorta di fortino di scatoloni che si erge fino al soffitto. Una fortezza imballata. Cosa contiene? Siccome il teatro è contiguo e compresente ad un ricovero per anziani, qualcuno favoleggia che contenga gli abiti dei degenti deceduti, i vestiti dei morti… Questo pensiero dà qualche vertigine, in quel ventre di cemento proprio sotto il palco… Ecco quindi che si immaginano gli abiti di tutti i giorni e gli abiti della festa, quelli che magari si indossano per ballare, la domenica, lì, in quel ricovero, in quel cosmo chiuso, al suono di qualche disco, oppure i pigiami e le camicie da notte, con la loro inerme dignità, con la loro tenerezza e il loro struggimento… E le dentiere, che fanno vergognare, che fanno sospirare, che fanno ricordare un altro tempo e un’altra vita.
C’è chi non resiste e sbircia: le scritte sulle scatole non mentono: dentro sono stipati dei pannoloni per adulti, a centinaia, ultima e segreta vergogna, regressione che ci rende simile a quando eravamo neonati, in un anello che si chiude e lambisce il punto di partenza... Non so perché, a ripensarci mi viene un po’ il magone, lo dico seriamente.

Ma le 21 arrivano presto, ecco che tocca esibirsi proprio alla Compagnia Teatrale della Luna Nuova di Ortonovo (?) con lo spettacolo “L’amore di tre melarance” (?), così è scritto sui manifesti verdi incollati un poco dappertutto.
Come rendere conto di uno spettacolo? Impossibile essere esaurienti. Meglio lasciare, impressionisticamente, qualche linea, qualche traccia del tutto…
Fumo… Il cigolìo delle ante che si spalancano, i maghi, le carte, il corteo funebre giù e su, sopra il palco. Entrare a tempo e affondare il passo (la gamba opposta alla mano del cero). Le maschere e i mantelli. La voce da maschera antica di Pantalone e un re che piange. La torsione del collo di Leandro, a scatti, saltare, ballare, scivolare. La cugina crudelissima, Brighella dalle smisurate orecchie. Il sudore che gocciola sotto il fuoco dei fari. I medici si spostano a ingranaggio e a ordigno, funzionano a tempo come un orologio. Il principe è triste e non ride, affonda nel trono e talvolta si avvolge col mantello come se facesse freddo. Si provano feste, lazzi e frizzi, ma niente: è un incantesimo, finché qualcuno cade e non ci si pensa più. Ora l’incantamento è l’innamoramento, per tre frutti che non si sa nemmeno se esistano, ma che si vedono dappertutto. Scarpe di ferro e armature. Poi, si parte, i piccoli maghi, Celio, un demone e un libro che parla. Trionfo di pantomima, sagome colorate, un cane antropomorfo e una fornaia dai seni traboccanti e enormi, calze da donna riempite di crusca. Pensa se si rompessero! Trovate le melarance, la sete, ne muoiono due, una vive e si trasforma in fanciulla. Matrimonio? No: scambio stregato di persona, una colomba penzola finta dal soffitto. Equivoci e arrosti bruciati, quanti anni di felicità andati in fumo! Pazienza! Alle nozze! Tutti contenti e felici si apprestano a sparire dalla scena. Canzone, scacchiera semovente. Tempi comici portati a casa! Sipario.

Bello! E’ andata! Tutto bene, benissimo, grandi… Se non fosse per un piccolo particolare…
“Ma la platea non vi è sembrata un pochino vuota?”.
“Sbaglio o non c’era proprio tanta tanta gente?”.
Ebbene sì, in questa serata dove non è mancato quasi niente, l’unica cosa a mancare è stata proprio il grande pubblico. In tutto ci saranno state sì e no quaranta persone!
Abbiamo fatto quello che nel gergo teatrale si chiama “forno”, ovvero sala vuota e nera come la bocca del forno. Pensare che avevamo paura della bocca della scena, che ci ha accolto dolce e sicura come la balena accolse Geppetto e Pinocchio. Alla bocca del forno dovevamo piuttosto pensare! Un forno che non è per niente dolce come il Dolceforno, benché anche qui ci siano svariate lampadine. Un forno parecchio amaro. C’è di buono che lo spettacolo è stato ripreso dalla galleria, registrato, documentato, con condizioni stabili e non precarie come quelle delle riprese in esterni. Almeno questo… Viva il DVD (divudì)!
D’altra parte il regista si complimenta, gli organizzatori si complimentano e noi ci complimentiamo con noi medesimi. E quando il maestro rimette su il remix della canzone dei maghetti, ci scateniamo in un ballo selvaggio e felice a sipario semichiuso. Che soddisfazione!

Potremo parlare del ritorno, dell’autogrill e del sonno interrotto, dello scarico e degli ultimi fuochi, ma abbiamo già detto troppo. Benché non abbiamo detto tutto.


Ricordate: la sezione Eventi aspetta altri contributi sull’avventura di Valleggia al Teatro Nuovo! Ora è il turno di altre musiche e di un plettro migliore…
Sipario.